Diario dall’India: 19 gennaio 2015

Siamo molto colpiti di quanto questi studenti siano diligenti. Studiano senza fare storie anche un giorno per l’altro. Da queste parti la scuola è un privilegio, un’opportunità, un riscatto sociale: qui non si marina la scuola, sarebbe come rinunciare a un privilegio. Purtroppo abbiamo capito che qui l’educazione è molto autoritaria, gli studenti hanno una enorme paura reverenziale nei confronti degli insegnanti e bisogna stare molto attenti a come si dice che una cosa è sbagliata perché un’osservazione atta a migliorare può ricordare loro le punizioni ricevute.

Nella sala grande della scuola ci sono dei grandi armadi metallici che contengono gli strumenti – metà con la custodia, metà senza – e gli spartiti. Qui tutto è della scuola e tutto è in comune.

Ecco un po’ di fotografie:


Il traffico indiano è qualcosa di indicibile.

Le strade hanno delle buche enormi, gli autisti cercano continuamente di superare anche nelle curve più pericolose, non si vedono cartelli stradali, moltissime strade hanno come ciglio uno strapiombo e ogni volta che si arriva sani e salvi a destinazione si sente il bisogno di accendere un cero.

Un discorso a parte lo meritano i clacson. Ursula dice che qui suonare il clacson non viene fatto come forma di sopraffazione (smamma!) ma come forma di ringraziamento. In effetti molte volte lo sento suonare a sorpasso avvenuto (grazie che mi hai lasciato passare). Però, indipendentemente dal suo significato, il clacson suona sempre. Penso che se si guastasse, gli indiani non salirebbero neppure in automobile.

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